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"Gin analcolico" vietato dalla UE: cosa devono sapere bar e ristoranti

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Fine dell'era del "gin analcolico": la Corte UE chiude la partita

Bruxelles, 13 novembre 2025 — Se fino a ieri potevate ordinare al banco un "Virgin Gin" senza alcol, da oggi quella dicitura non è più legale. La Corte di giustizia europea ha messo un punto definitivo a una questione che da anni infiammava produttori, distributori e addetti ai lavori: il termine "gin" può essere usato solo per bevande alcoliche vere e proprie, quelle con almeno il 37,5% di alcol e prodotte secondo la ricetta tradizionale a base di ginepro e alcol etilico agricolo.

La sentenza arriva dalla Germania, dove l'associazione contro la concorrenza sleale Verband Sozialer Wettbewerb aveva fatto causa a PB Vi Goods, azienda che commercializzava un prodotto chiamato "Virgin Gin Alkoholfrei" (gin vergine senza alcol). Per i giudici di Lussemburgo la questione è stata chiara: non importa che sulla bottiglia ci sia scritto "analcolico", "stile gin", "tipo gin" o "aroma gin". Se non c'è alcol, non è gin. Punto.

Perché questa sentenza fa discutere

Il mercato dei "mocktail" e delle bevande analcoliche premium è esploso negli ultimi anni. Tra consumatori attenti alla salute, guidatori designati e chi semplicemente preferisce evitare l'alcol, la domanda di alternative sofisticate è cresciuta a dismisura. E molti brand hanno cavalcato l'onda proponendo "gin senza alcol", "whisky 0.0%" e via dicendo, puntando proprio sul richiamo emotivo dei nomi storici degli spirits.

Ma per la Corte europea questo crea confusione. Il gin è per definizione una bevanda alcolica, e usare quel nome per prodotti che non lo sono inganna il consumatore e danneggia chi produce gin vero. Non si tratta di libertà d'impresa limitata, ma di tutela della trasparenza e della concorrenza leale.

Cosa cambia per bar, ristoranti e hotel

La sentenza ha effetto immediato in tutta l'Unione Europea, e questo significa che chi gestisce locali deve muoversi in fretta:

1. Rifare menu e carte delle bevande
Addio a diciture come "gin analcolico", "virgin gin" o "gin 0.0%". Meglio puntare su formule più neutre e descrittive: "bevanda botanica analcolica", "distillato senza alcol al ginepro", "botanical drink". L'importante è essere chiari e non richiamare il termine protetto.

2. Controllare scaffali e magazzino
Se avete bottiglie con etichette "fuorilegge", è il momento di contattare i fornitori e chiedere materiali aggiornati. Meglio prevenire contestazioni o, peggio, sanzioni.

3. Aggiornare comunicazione e social
Lavagne, post su Instagram, menù digitali: tutto va rivisto. Una foto con la scritta "gin analcolico" potrebbe configurare pratica ingannevole.

4. Formare lo staff
Barman e camerieri devono sapere come proporre questi prodotti senza incorrere in errori. Un breve briefing può evitare gaffe e incomprensioni con i clienti.

Il lato positivo: più chiarezza, meno confusione

Al di là dei grattacapi operativi, questa sentenza porta con sé un vantaggio: maggiore trasparenza per tutti. Il cliente sa esattamente cosa sta ordinando, e i produttori di gin tradizionale possono difendere il valore del proprio lavoro. Chi produce alternative analcoliche, dal canto suo, avrà l'occasione di costruire identità proprie per i propri prodotti, senza appoggiarsi a denominazioni storiche.

Insomma, il mondo del beverage cambia ancora una volta. E come sempre, chi si adatta in fretta vince.


Fonti:
Corte di giustizia UE (causa C-563/24) • Reuters • The Guardian • Federvini

 
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